Edizione 2025
“Il ritmo fisico di ciò che diviene, di tutto quello che infinitamente scorre in noi, fuori di noi, attraverso noi segna il nostro passo, che sia naturale o artificiale”
“Ogni cosa accenderà ogni cosa”.
È questo verso di Lucrezio che ogni primavera sembra sussurrare di nuovo il Tempo, grande scultore, ad ogni essere vivente. La natura dal ritmo sonnolento e dimoiante dell’inverno tornerà a splendere nella struggente bellezza del creato. Nelle città o lontano da esse, nelle valli sperdute o nelle baraccopoli disperse nei deserti del reale creati dal capitale o fra le macerie, sempre più prossime ad ognuno di noi, di una guerra la primavera rinnoverà, ancora una volta, la promessa di felicità con la sua inconfondibile smagliante bellezza.
Gli alberi sono spesso i cavalieri di questa buona novella, le foglie le loro fidate ninfe messaggere.
Nelle vene rugiadose della foglia vediamo diramarsi il destino dell’albero. Nel flusso di quell’acqua che è tutt’uno con la vita, con la sua apparizione, con la sua scomparsa, possiamo osservare l’eterno divenire dell’identico e del diverso nel gioco in forme di ciò che nasce e di ciò che muore.
Sono le forme intrecciate e dispiegate in cui le innumerevoli variazioni perfette e imperfette scandiscono il ciclo delle stagioni e delle trasformazioni.
Il ritmo fisico di ciò che diviene, di tutto quello che infinitamente scorre in noi, fuori di noi, attraverso noi segna il nostro passo, che sia naturale o artificiale.
Alberi e foglie sono lì a ricordarci che ancora possiamo dialogare con l’universale attraverso il particolare. Che possiamo ancora essere noi stessi natura. Grazie all’ascolto delle sue forme, accedere ancora alla meraviglia, allo stupore, al rispetto di ciò che di continuo, grazie alla forza e all’energia di quel che tutto spera e ama, passa dall’informe alla realtà che vive.
E’ questo che ogni bambina e bambino ci ricorda ogni volta che incrocia il nostro procedere adulto. Quando si ferma e indugia incantato osservando qualcosa: un sasso, una lucertola, un fiore o un insetto, un barbaglio di luce sulla corteccia, i disegni sul dorso d’una foglia, o sulla pelle polverosa d’un tavolo da giardino, dove i sentieri di piccole bestie invisibili si diramano per ogni dove: oppure un niente che soltanto lui vede e, nello stupore della meraviglia, indaga.
Le forme di questi incontri, così presenti nella letteratura dell’infanzia e nell’arte degli illustratori, in cui il particolare e l’universale dialogano e non trovano necessariamente una loro geometria e simmetria perfetta, razionale, strumentale, sono le storie che dipingono la realtà e ci avvolgono nella nostalgia di mondi forse perduti per sempre.
L’albero e la foglia sono due archetipi. Scriveva Jung nel suo saggio intitolato L’albero filosofico che le associazioni più frequenti nella simbologia dell’albero sono la crescita, la vita, l’estrinsecarsi della forma in senso fisico e spirituale, lo sviluppo, la crescita dal basso verso l’alto e viceversa, l’aspetto materno, come protezione, ombra, riparo, frutto che nutre, fonte, solidità, durata, il radicarsi stesso, ma anche l’inamovibilità. Infine, l’albero è anche il simbolo dell’età, della personalità, esso è morte e rinascita.
L’albero è la solidità, la foglia la fragilità. L’albero è il tempo quasi eterno che conquista l’azzurro del cielo verso l’alto con la sua chioma sospesa nei rami, nello splendore del visibile e che simmetricamente dialoga con il sottoterra, verso il basso, nell’invisibile, dove sta la tana del Bianconiglio, dove il tempo si annoda nei suoi quanti. E anche nei suoi guanti. Perduti.
La foglia è il simbolo universale della caducità, complice unica della bellezza dell’albero, per questo sempre diversa. La foglia è ciò che dice il “nome” dell’albero, è il vessillo della sua genìa, una porta sfaccettata alla sua identità. Messaggio nel vento, danza e musica allo stesso tempo. Mani e occhi dell’albero sono le foglie, lì, sospese, offerte per mani e occhi di chi sa vedere e toccare ancora la natura. La foglia è la narratrice occhieggiante della storia infinita dell’albero.
Ogni cosa genera storie nella natura. Ed ogni storia ci porta a seguire una mutazione, come nella fiaba, delle condizioni di vedere, saggiare, vivere, ascoltare, godere.
La letteratura per l’infanzia è ricca di storie in cui la presenza degli alberi non ha la semplice funzione di portare in scena un fuori al tempo stesso seducente e minaccioso, teatro delle peripezie del protagonista, ma è piuttosto l’emblema di un fuori che incarna un’alterità di sentire e di pensiero con cui è possibile, anzi necessario entrare in relazione, e dal quale molto è possibile imparare. Sempre che si sia pronti a disporsi all’ascolto. Cosa che i bambini, a differenza degli adulti, sembrano essere ancora in grado di fare.
In questo senso la letteratura per l’infanzia offre un’alterità di visione del rapporto con la natura, di riavvicinamento ad essa, facendola divenire anche una critica “radicale” da un punto di vista antropologico alla realtà in cui viviamo (Grilli, Di che cosa parlano i libri per bambini).
I libri per bambini – nelle forme molteplici che li contraddistinguono: dal romanzo all’albo illustrato, dalla poesia al romanzo grafico fino a libro di divulgazione scientifica – aprono a questa possibilità attraverso la bellezza, la seduzione dell’occhio e dell’orecchio, della ragione e del cuore.
Lectio magistralis a cura di Martino Negri e Francesco Cappa